Marzo 2017,

essere o non essere sarà domanda ricorrente dell’intelligenza artificiale?

Questo è quello che traspare dai tanti articoli, interventi, commenti e relazioni di esperti che in questo momento troviamo nella sterminata prateria del Web grazia al cannocchiale di un motore di ricerca, ma qualcuno evidenzia un certo scetticismo e lo manifesta, l’IA non è poi così vicina come traspare dagli annunci.

La singolarità umana o la singolarità tecnologica come piace chiamarla ai tecnocrati, non si è ancora manifestata nei tanti progetti presentati al pubblico e malgrado ciò gli entusiastici annunci non perdono la propria intensità.

Se l’intelligenza ha comunque ancora da venire possiamo essere certi che l’era dei Big Data è tra di noi, sono elemento propedeutico all’ipotesi di un Intelligenza Artificiale e sono presenti nella nostra quotidianità da anni. E’ dunque proprio questo il tema che volevo affrontare oggi.

Assistiamo ad una progressiva accelerazione dei mutamenti nei rapporti tra i diversi poteri che si affrontano ogni giorno nel mondo umano e l’accelerazione è data sopratutto dallo sviluppo di nuove armi come i Big Data che per questo salgono al primo posto della classifica dei temi più urgenti da affrontare.

Quale può essere un loro lecito sfruttamento, chi ne è  il proprietario, come tutelare il diritto del singolo quando si muove dentro una comunità? il diritto di proprietà continuerà ad avere le stesse regole stabilizzate nel vigente codice civile ( di orgine Napoleonica) ?

I Big Data , ricordiamolo, sono i dati creati da tutti noi con il nostro agire sociale, con l’interagire con gli altri e con le cose (vedi l’internet delle cose, l’internet of the things).
Se i Big Data sono risorse create da tutti noi tramite le nostre interrelazioni mi chiedo: è concepibile che esista un unico proprietario dei Big Data o alcuni oligopoliiti come lo sono oggi Google, Amazon, Facebook e via dicendo?

Questi si ergono come proprietari assoluti della memoria del nostro agire passato.

Con Big Data non mi riferisco solo ai dati sensibili, che già hanno una loro definizione e inquadramento legale diffuso, ma ai dati generici a livello di collettività. Guidando un auto, Google deduce dalla velocità e dal tempo del nostro percorso, le condizioni del traffico… elabora quindi un dato informativo “storico” (il nostro agire) per fornire un servizio ad altri. Fin qui non ci sarebbe nulla di preoccupante, il servizio erogato grazie alla condivisione dei dati (sharing economy)  crea un enorme beneficio a tutta la comunità. Ma se osserviamo attentamente notiamo che questo servizio formalmente è erogato in forma gratuita, nessuno lo paga, quindi Google perchè lo fa? Ma per avere i dati del tuo agire sociale e con i tuoi quelli di tutti gli altri.
Sezionando la questione vediamo che esiste il dato in se , l’agire sociale, ossia il comportamento di ogni singolo essere individuale ed esiste l’elaborazione del dato , ossia l’agire di google che dai dati deduce un qualcosa che io chiamerei un informazione, che a noi potrebbe essere utile.

L’elaborazione la inserisco nell’alveo della proprietà privata, il dato no, quello è di chi lo ha prodotto, ossia di me individuo. Come l’elaborazione di un azienda che fornisce le previsioni meteo sulla base delle condizioni rilevate materialmente, le previsioni sono sue, ma i dati, intesi come i fenomeni atmosferici no, quelli sono di tutti o meglio: di nessuno!

La guida automatica delle automobili ipotizza oggi prevede una costante connessione con un server dati in cui confluiscono il maggior numero di informazioni possibili da tutti gli utenti (o sensori disponibili), dati che permettono ad ogni auto di elaborare o di ricevere le indicazioni per la “miglior” guida possibile in quel determinato luogo e momento.

Resta quindi fondamentale la questione dei dati che è propedeutica al resto: di chi sono i dati in se?

Se ogni azienda tratta i Data come proprietà privata, si interrompe la logica della sharing economy costituendosi dei grandi oligopolisti (come sta succedendo oggi e non potremmo escludere che un domani resterà un solo grande monopolista).

Se il dato dell’agire sociale fosse considerato un bene pubblico non privatizzabile, allora potrebbero essere previste precise norme d’uso dello stesso … nulla cambierebbe nella libertà d’impresa di “elaborare” il dato e mantenere privato, e quindi spendibile, il risultato di un elaborazione ma il dato in sé, il nostro agire, non potrebbe essere proprietà di un singolo diverso da noi come non ne saremmo proprietari neanche noi (fatta eccezione per i dati sensibili).

Passate discipline dei beni comuni sono esempi che potrebbero tornare utili per inquadrare le possibili soluzioni a questo tsunami che ci sta travolgendo, dalla gestione di alcune risorse come l’acqua, i pascoli, i terreni nel passato non troppo lontano possono arrivare indicazioni per non cadere nella tirannia di chi prende tutto, ma siamo ancora in tempo per provare a cambiare rotta?

A.Lucibello Piani

a.lucibellopiani@email.it

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