La scomparsa dei tanti “Io” diversi

download (26)Goffman con la metafora drammaturgica, dove vengono utilizzati gli schemi teatrali per spiegare l’interazione quotidiana, ci sottolinea l’importanza della distinzione degli spazi del palcoscenico (ribalta) rispetto al retroscena (dietro le quinte).

La comunicazione lasciata trasparire (involontaria) compare da dietro le quinte e permette al ricevente di interpretare e correggere quella intenzionale, permette di trovare o non trovare conferme al consenso operativo iniziale (intenzione di verità dei comunicatori) finanche ad indicare situazioni in cui il consenso operativo era fraudolento, mascherato o incongruente.

Come abbiamo visto i social hanno ristretto nei fatti, e di molto, la distinzione classica dello spazio. Se prima riconoscevo abbastanza chiaramente quale fosse la zona del retroscena e quale quella del palcoscenico, nei social questa distinzione è assai più faticosa.

Già con il telefono, mancante di immagini, abbiamo sperimentato la problematica di un consenso operativo condiviso tra i due parlanti.

Immaginiamo di essere in viva voce, ovviamente non vediamo il nostro interlocutore ne sappiamo chi c’è li con lui ne possiamo verificare dove egli sia, dobbiamo fidarci del consenso operativo che entrambi ci siamo comunicati all’inizio della telefonata.

Ci sentiamo tranquilli a dirgli tutto quanto vogliamo comunicargli?Parrot-Asteroid-Tablet-10

Dipende dal grado di fiducia ma anche se questo fosse alto potrebbe essere che per un momento io mi dimentichi di essere in viva voce e faccia una battuta sgradevole per un altro “presente” in ascolto non attivo della telefonata. L’impossibilità di definire in che luogo e con chi si trovi il nostro interlocutore ci crea quindi potenziali “rischi” che nell’interazione diretta in presenza non sono presenti (a meno di un soggetto nascosto dietro le quinte che ci spia).

Ecco perché il “viva voce” non è uno strumento percepito come user friendly per la comunicazione. Nella indefinitezza del contesto attiviamo, spesso inconsapevolmente, delle tecniche di difesa per proteggere la definizione della situazione cosi come la abbiamo in quel momento, come direbbe Goffman. Questo significa che non comunichiamo, quando sappiamo di essere in viva voce, allo stesso modo che se fossimo non in viva voce. E sui social,  succede proprio questo: viene applicata la tecnica di difesa ogni qual volta ci si trova di fronte ad un contesto indefinito, e succede così spesso che non solo lo spazio assume una caratterizzazione neutra ma anche gli internauti, per la grande maggioranza non espongono il loro “Io” perché temono gli effetti della contemporanea visualizzazione dei diversi “Io”.

Il non spazio virtuale

Nei social, come già scritto, persa la definizione certa di spazio e tempo come cornici della comunicazione, abbiamo perso anche la certezza dei confini tra palcoscenico e retroscena e questo spazio infinito e trasparente produce l’effetto opposto di quanto ci aspettiamo: i nostri “Io”, se vogliono apparire, si devono uniformare in un unico “Io” come lo spazio che occupano. L’esempio pratico poi simile sono gli spalti di uno Stadio di calcio, tifosi divisi e non mischiati, o di qui o di la e la tua appartenenza è data dalla posizione che hai assunto nello stadio non dipende più da te.

Capita di osservare come siano gli stessi utenti, a volte totalmente inconsapevoli, che si comportano sul palcoscenico come se fossero nel retroscena, perché palcoscenico e retroscena hanno perso la loro analogicità continua che aiutava a definire quale fosse il confine, il digitale permette di saltare da un punto all’altro senza un chiaro prima e un chiaro dopo, questi salti vengono percepiti e non sono tollerati, sono irregolarità a cui non è consentito di diventare regolarità pena l’esclusione dal gruppo e quindi dalle interazioni sociali.

images (21)Essendo ora noi i produttori della comunicazione, non ci sono altri filtri se non noi stessi per correggere o impedire i salti divenuti inopportuni e questo succede al di la della volontarietà dolosa o colposa dell’azione intrapresa.

No Sense of place di J. Meyrowitz descrive bene la situazione dei diversi “Io” che agiscono in noi in base al contesto in cui ci troviamo. Ricorda il caso di una gita all’estero e di come, al suo ritorno a casa, raccontò pezzi di esperienze diverse ai genitori rispetto agli insegnanti e agli amici. Non erano bugie ma pezzi di verità diverse, consone al ricevente e alle sue aspettative.

Questi “Io” diversi come fanno a muoversi mantenendo la coerenza in un non luogo senza tempo dove il contesto è indefinito o , se ben definito come in una certa pagina, permette di passare nel non luogo senza continuità analogica, ossa senza un sipario che selezioni i partecipanti e avvisi e giustifichi il cambio di abito?

In tali termini appare chiaro che in realtà l’equivalenza comunicativa tra tutti i soggetti viene disequilibrata dal capitale culturale posseduto da ciascuno, capitale che permette di rendere più o meno efficace il proprio atto comunicativo cosi come influenza anche l’efficace della ricezione del messaggio, chi ha meno capitale culturale atto a decodificare il messaggio, sarà meno abile a trovare il giusto codice per interpretare il messaggio (povero di contesto) e avrà più difficoltà a capirne il senso autentico secondo il mittente.

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